Gli antichi, desiderando dare l'esempio della più alta virtù
a tutto l'impero, dapprima ordinarono i loro stati e, per ordinarli, incominciarono
con l'ordinare le loro famiglie;
- ma per regolare le loro famiglie, essi coltivarono dapprima
sé stessi;
- ma per coltivare sé stessi, essi incominciarono col rendere giusti
i loro cuori;
- e per rendere giusti i loro cuori, cercarono anzitutto di essere sinceri
nei loro pensieri;
- e per essere sinceri nei loro pensieri, essi ampliarono al massimo possibile
la loro conoscenza.
Tale ampliamento è l'indagine delle cose.
Fatta l'indagine sulle cose, la loro conoscenza fu completa; essendo la
conoscenza completa, i pensieri furono sinceri; essendo sinceri i loro pensieri,
i cuori furono resi giusti; essendo i cuori resi giusti, l'io fu educato;
essendo l'io educato, la famiglia fu regolata; regolata la famiglia, gli
Stati furono governati con giustizia e, governati secondo giustizia gli
Stati, tutto l'impero fu tranquillo e felice.
Tutti possiamo concordare con confucio che la tranquillità dei genitori,
sia un fattore importante per una crescita armoniosa dei figli.
Questa tranquillità tuttavia non è facile da ottenere né
da definire, credo che la si possa concretizzare, nella consapevolezza che
nonostante tutta la loro buona volontà i genitori non potranno mai
essere sicuri di aver perfettamente svolto tutti gli aspetti inerenti al
loro ruolo. Ad una signora che gli chiedeva come dovesse comportarsi nei
confronti del figlio, Freud rispondeva: " faccia pure come vuole, comunque
sbaglierà". Non concordo con lui occore invece ricordare che
i figli fino al raggiungimento dell'età adulta vivono fasi di mutamenti
impensabili e repentini.
Questa tranquillità dicevo è difficile anche perché
deve combattere con la paura.
Io faccio lo psicoterapeuta da vari anni, forse sarebbe più opportuno
che il mio mestiere fosse il paurologo. Le paure che spesso i genitori mi
raccontano nel mio studio riguardano la paura di sbagliare, la paura del
presente quella del futuro.
La paura di sbagliare si collega a quella del giudizio degli altri
e all'eventuale ostracismo. Ci sono due proverbi che si elidono ma ritengo
complementari: "sbagliando si impara" e "chi sbaglia paga".
Mi fa sorridere Block quando afferma che "se sbagliare è umano
dare la colpa ad un altro ancora di più".
La paura di sbagliare può innescare la ricerca della perfezione che
porta a rifiutare quegli aspetti della vita che si ritengono negativi.
Quando questa ricerca diventa ossessiva può svilire tutto ciò
che è umano.
Dobbiamo accettare che l'errore sia di serie che sia compreso nel prezzo
di vivere, e che non venga considerato un optional.
Gli errori ci ricordano che non siamo perfetti, ma creature limitate e che
parte della nostra salute incomincia proprio con il riconoscimento di questa
nostra condizione appunto limitata.
Accettare l'errore non significa certamente giustificarlo, ma semplicemente
non identificarsi con lui. Il nostro compito dovrebbe essere quello di impedire
ai nostri ragazzi e a noi stessi, di soffrire per motivi sbagliati, dobbiamo
disintossicarsi da modelli irraggiungibili. Se riusciremo in questo potremo
affermare alla fine che l'esperienza non è che la somma dei nostri
errori.
Accanto a questa errata supposizione che non dovrebbero esserci errori nella
nostra esistenza ne esistono anche altre quella che non dovrebbero esserci
timori, né sofferenze, né dubbi, né contraddizioni.
Anche queste situazioni tutt'altro che insolite dovranno essere affrontate
creativamente riconoscendole come parti integranti della condizione umana.
Bisogna essere ciò che accade.
Solo in questa accettazione profonda la vita potrà svelare lentamente
il suo significato e consentirci di modificare la loro distruttività
facendocene diventare alleate, dei compagni di strada nel lungo cammino
della individuazione.
Un'altra grande paura come vi dicevo è quella che riguarda il Presente,
il quotidiano.
Penso abbiate già sperimentato che la vita non è quella che
avete programmato, ma quello che vi è capitato mentre facevate progetti.
Ci sono delusioni, contrattempi che non si possono evitare, frustrazioni
che non sono state scelte, perdite e dolori che ci hanno resi impotenti
ad agire.
Fare il genitore non è facile; occorre farsi piacere il difficile.
Perché come dice Kierregaard "non è il cammino che è
difficile ma è il difficile che è il cammino".
Tutto ciò che non ci uccide ci dovrebbe rendere più forti
e tutte le difficoltà dovremmo capire che hanno un senso.
Bisogna essere ogni giorno in ciò che ci accade, solo in questa accettazione
la vita finirà per svelarci lentamente il suo significato, facendoci
porre lo sguardo più sul posivito che sul negativo.
Ricordiamo che spesso noi siamo sconfitti non solo dalla ristrettezza delle
nostre prospettive e dai nostri timori ma anche dalle giustificazioni.
E' un'illusione pensare di poter affrontare il mondo soltanto razionalmente
perché nella quotidianità ci accorgiamo che sono più
determinanti le emozioni, le intuizioni, le sensazioni piuttosto che il
pensiero razionale.
Anche Paolo Coelo ci suggerisce di farci piacere il presente: quando racconta:
"il segreto resiede solo nel presente, se presterai attenzione al presente
potrai migliorarlo. E se migliorerai il presente anche ciò che accadrà
dopo sarà migliore.
Dimentica il futuro e vivi ogni giorno della tua vita negli insegnamenti
e della legge e nella fiducia che Dio ha cura dei propri figli. Ogni giorno
porta con sé l'eternità".
Un'altra paura riguarda il futuro. Quella paura che ci fa esclamare:
"dove andremo a finire, cosa succederà ai nostri figli?"
Fa apparire il tempo a venire minaccioso e incerto.
A mio parere il metro dello sviluppo psichico è la capacità
di sopportare l'insicurezza. Chi ha sviluppato un minimo di capacità
intuitiva sa che viviamo all'insegna di questa incertezza.
Potremmo definire la nostra vita una navigazione in un oceano di incertezze
attraverso isole di certezza.
Questo viaggio ci farà abbandonare false sicurezze e ci farà
ritrovare la perplessità e il dubbio. Potremo scoprire che uno dei
grandi interrogativi dell'esistenza non è tanto ciò che ci
accadrà ma come sapremo convivere con ciò che accadrà
qualunque cosa sia.
Schweitzer ci rammenta: "la più grande scoperta di tutte le
generazioni è che gli esseri umani possono cambiare la vita cambiando
i propri atteggiamenti mentali".
E' un invito ad abbandonare quella specie di magia assoluta che è
dentro di noi che ci fa sentire onnipotenti e rigidi dentro alla nostra
verità e ci impedisce di accogliere le tante risposte che possono
esserci a quel problema.
Se ci domandiamo ora cosa sia necessario ai nostri figli per affrontare
questo viaggio nella vita metterei al primo posto il loro bisogno di essere
benvenuti.
Montuschi avverte che: "il momento dell'accoglienza è già
un messaggio determinante, un punto di riferimento per la scoperta dell'identità
del ragazzo. E' il momento in cui l'essere umano impara a scoprire chi è;
e non lo impara solamente quando si comincia a parlare di lui ma lo scopre
nel momento in cui riceve un certo tipo di accoglienza un tipo d'accoglienza.
Questo è un momento essenziale per l'identità perché
l'accoglienza è come un messaggio; per esempio, quando noi siamo
accolti da qualcuno, impariamo qualcosa su di noi, impariamo se siamo o
non siamo importanti, impariamo se valiamo o non valiamo qualcosa. Il bambino
percepisce se è accolto, se è accolto così com'è,
sente nell'aria che effetto fa entrare come un essere umano nuovo in una
famiglia. Voi potete interpretare ed esemplificare cosa può significare
tutto questo quando un bambino entra, nasce in una famiglia; che tipo di
attese ci sono? Sono di un tipo positivo o negativo? Si accetta proprio
quel bambino. E' un'accettazione completa o sotto condizione? E' un'accettazione
sotto la condizione: "Speriamo che il suo futuro sia di questo tipo"?
Oppure è un essere umano accettato come essere umano? Dentro a queste
risposte c'è il problema della gestione dell'accoglienza, che è
il primo fondamentale messaggio, non verbale, quindi, ancora più
forte dei messaggi verbali, in cui il bambino comincia a capire qualcosa
sulla sua esistenza.
Qui comincia la radice di tutto quello che sarà il destino della
persona, destino che costruisce la persona ("io sono nato per sbaglio"
"se non ci fossi stato io i miei non si sarebbero mai sposati"
"non sono stato accettato") .
Voi sentite che dietro questa parola "non accettato" c'è
una definizione: "Io non valgo niente, e per pagare il diritto di stare
al mondo dovrò fare qualcosa". E' questa esistenza non gratuita,
che determina un andamento in un senso o in un altro dell'identità
e la persona, per risalire la china, dovrà fare, anziché esistere
e così l'esistenza è già sottovalutata. La persona
non valuterà allora il fatto di essere al mondo come un valore insostituibile,
ma comincerà a valutare il suo fare le cose come il valore in base
al quale sarà valutato e accettato. E' per questo che questo primo
momento è un primo momento di forte identità, che varrebbe
la pena analizzare in tutti i suoi passaggi. Il bambino non accettato, che
da adulto ricorda questa non accettazione, è una persona segnata
nella sua identità, auto svalutata, che continua ad autosvalutarsi.
Poi direi il tempo che gli dedichiamo Saint Exupery nel Piccolo Principe
dice: "è il tempo che hai dato alle tue rose che faranno diventare
importanti le tue rose per te" così sarà il tempo che
noi dedichiamo al bambino che lo farà diventare importanti per noi.
"Mio figlio non parla più" un dialogo si costruisce non
si improvvisa, un contatto si costruisce gradualmente molti genitori spesso
hanno creduto di dialogare, hanno solo parlato, magari predicato. La predica
non è un dialogo è un monologo. Un vecchio proverbio rabbinico
racconta che "le orecchie sono due e la bocca una sola perché
si dovrebbe ascoltare il doppio di quello che si parla".
Per cui il vero problema è l'ascolto che occorre incominciarlo
molto prima dell'adolescenza, ascoltare: questa è la vera funzione
del dialogo, perché l'ascolto ha un potere eccezionale. Provate ad
ascoltare un bambino di cinque anni, ma non mentre leggete il giornale,
guardandolo negli occhi e con la curiosità di sapere cosa sta dicendo
e conla opportunità di offrirgli l'occasione di sentirsi capito,
o vedrete cambiar tono di voce, cambiar sguardo. E' come se voi gli diceste
senza parole: tu sei importante per me, e allora il bambino capisce: - Allora
io sono importante. Se sono importante per un adulto, vuol dire che qualcosa
conto - e poi continuate ad ascoltarlo e stabilite un dialogo su quello
che dice e fategli le domande del tipo non: - Cosa hai fatto oggi a scuola?
Non è una domanda questa, questo è la ricerca di avere delle
informazioni per mettere a tacere le proprie preoccupazioni, il dialogo
non parte da una preoccupazione, parte da un assumere il punto di vista
dell'altro e di offrire all'altro il proprio punto di vista in presa diretta.
Richiede la capacità di accompagnare che esclude il giudizio a priori
e comporta invece il risconoscimento della diversità, dell'unicità,
dell'autonomia di colui a fianco del quale ci si pone.
Così potremo superare quel pericolo che ci porta a guardare l'altro
sempre attraverso il nostro punto di vita e a leggerlo in base a ciò
che sappiamo.
Vi accorgerete che costruendo la capacità di dialogo, si può
arrivare alla adolescenza dialogando, cioè scambiandosi ancora delle
idee, ed offrendo il proprio punto di vista.
Ci saranno dei momenti duri, in cui l'adolescente dice no, oppure contesta,
oppure dice: - Tu sei superato - oppure si rivolgerà con aggressività;
quello è un momento da non prendere alla lettera, perché è
ancora un segno di dipendenza, è ancora un segno in cui voi siete
importanti per quell'adolescente, tanto importante che protesta, sennò
non parlerebbe nemmeno più, se non foste importanti per lui.
Cosa diciamo di lui se noi gli diciamo dieci volte al giorno che è
un pasticcione, finirà col credere che è solo un pasticcione;
se gli diciamo che è disordinato, disubbidiente, che è distratto,
saprà di sé solo queste cose. L'aspetto interessante è
che l'Adulto dice queste cose con l'intenzione di correggere, quindi di
modificare un comportamento che trova distorto; il bambino interpreta: "Io
sono così", quindi, impara su di sé delle cose, per cui,
se quelle cose che impara sono esclusivamente negative, la sua identità
sarà un'identità negativa.
Una collega americana Doroty Law Nolte afferma che i ragazzo apprendono
quello che vivono.
| Se un ragazzo vive nelle critiche |
IMPARERA' A CONDANNARE |
| Se un ragazzo vive nell'ostilità |
IMPARERA' AD ESSERE AGGRESSIVO |
| Se un ragazzo vive nell'ironia |
IMPARERA' AD ESSERE TIMIDO |
| Se un ragazzo vive nella vergogna |
IMPARERA' A SENTIRSI COLPEVOLE |
| Se un ragazzo vive nella tolleranza |
IMPARERA' AD ESSERE PAZIENTE |
| Se un ragazzo vive con stimolo |
IMPARERA' LA FIDUCIA |
| Se un ragazzo viene lodato |
IMPARERA' AD APPREZZARE |
| Se un ragazzo vive nella lealtà |
IMPARERA' LA GIUSTIZIA |
|
Se un ragazzo vive con sicurezza |
IMPARERA' AD AVERE FEDE |
| Se un ragazzo si sente approvato |
IMPARERA' AD ACCETTARSI |
| Se un ragazzo si sente accettato e vive nell'amicizia |
IMPARERA' A TROVARE L'AMORE NEL MONDO |
E' molto facile accorgerci che le cose che noi diciamo ad un ragazzo,
hanno senso se rispecchiano completamente la realtà e non solo un
momento, in cui noi ci sentiamo frustrati, arrabbiati o infastiditi; questi
sono i momenti di un'identità negativa, uno stimolo negativo all'identità
del ragazzo, per cui tutto ciò che noi diciamo in termini di definizioni,
in termini di aggettivi, andrebbe attentamente verificato. Se voi volete
fare una verifica, la potete fare su quello che è stato detto di
voi quando eravate bambini, dai cinque ai dieci anni. Che cosa ci dicevano
i nostri genitori? "Tu sei sempre il solito" "non cambierai
mai". Sempre e mai sono due avverbi che impediscono la crescita e tolgono
possibilità e speranza.
E poi l'ottimismo. E' più importante far ridere un ragazzo
che riverargli chissà quali misteri. Il riso è la cosa in
più, il dono inatteso, l'aldilà della protezione e della sicurezza.
Ridete con lui e con lui create momenti di festa.
Una delle caratteristiche del disagio psichico è la perdita del senso
dello humor .
Saper sorridere, scorgere il risvolto comico, paradossale di una situazione
dolorosa richiede la capacità di sospendere per un attimo l'identificazione
dell'Io con la sofferenza provata. E' il primo passo per vedersi con occhi
nuovi e potremmo dire "con Lau-tzu viene il buio cominciano ad apparire
le stelle".
Quindi la tenerezza. Qui mi piace raccontarvi quello che ha scritto
una ragazza di Lucca di 10 anni nel libro il Giardino dei pensieri bambini
: "mio padre ha le mani piene di calli e di tagli, perché fa
il camionista ma quando alla sera mi accarezza è come se fossero
di velluto. Sapete perché? Perché mi vuole bene". Non
c'è nulla da aggiungere.
Per ultimo il senso della vita. Dovremmo essere come il codice della
strada che non dice dove devi andare, che viaggio devi intraprendere, quale
itinerario perseguire, ti informa che se sul tuo cammino incontri un semaforo
che segnala il rosso devi fermarti.
Vorrei concludere questa mia relazione rammentandovi una leggenda degli
indiani d'America.
La leggenda è questa: un esploratore bianco ha bisogno di andare
in una zona nella quale nessuno ha ancora camminato e allora va nel villaggio
indiano a chiedere al capo del villaggio che gli dia una guida per inoltrarsi
in questi spazi sconosciuti. Il capo indiamo si guarda attorno, e prende
un ragazzo, un giovane, e dice all'uomo bianco che è andato a consultarlo
"ecco, questo". L'uomo bianco rimane lì un po' stupito,
dice tra sè 'ma non mi ha chiesto cosa so fare, cosa non so fare,
se sono allenato, se non sono allenato, se ho già fatto altre esplorazioni,
ma come fa a darmi questo senza prima avermi posto dei problemi, fatto delle
domande?", e allora dice al capo "ma io vorrei avere da te alcune
risposte, questo giovane ha già fatto altre esplorazioni?" "no,
neanche una", "Ma conosce più o meno la strada, il terreno,
l'area nella quale noi ci dobbiamo addentrare?" "No - dice il
capo indiano - non la conosce", "magari qualche suo parente, qualcun
altro" "No", e "Allora perché mi dai questo come
guida?"
Il capo indiano risponde: "Vedi, noi fin dalla nascita siamo stati
educati a osservare il cammino delle stelle e a capire dove si deve andare
seguendo le stelle, noi fin dalla nascita siamo stati educati ad ascoltare
il rumore del vento per cui, ascoltando il rumore del vento, sappiamo dove
dirigere i nostri passi, fin dalla nascita noi siamo stati educati a riconoscere
le orme che gli animali lasciano sulla terra, perciò poiché
abbiamo imparato questo, siamo tutti pronti sempre a partire". In fondo
l'educazione familiare, l'educazione valorialmente ricca è quella
educazione che indvidua alcuni essenziali punti di riferimento, sono i valori
per cui mette le persone - vorrei dire quasi a qualsiasi età - nella
condizione non solo di partire, ma di giungere anche alla meta prefissa.