AGDI - Convegno Perugia - 5/6 Novembre 2004
Paolo Brunetti:
"
CONTROLLO METABOLICO E SUPPORTO PSICOLOGICO PER UNA MIGLIORE QUALITA' DI
VITA DEI GIOVANI DIABETICI"
Compensare l'impatto psicologico
esercitato dalla comparsa del diabete sui pazienti e sulle loro famiglie
non è meno importante che applicare le più elaborate strategie
di terapia insulinica mirate ad ottenere un controllo metabolico ottimale.
Fattori metabolici e psicologici concorrono in effetti in pari misura a
conseguire un livello normale di qualità di vita.
Che il diabete ad insorgenza
in età giovanile abbia un notevole impatto psicologico è facilmente
comprensibile. Il giovane diabetico e i suoi genitori sanno infatti di dover
subire una malattia ad evoluzione cronica che ancor oggi non siamo in grado
di curare ma soltanto di arginare, che è potenzialmente causa di
gravi ed invalidanti complicanze d'organo, che richiede l'applicazione di
una terapia assai complessa tale da coinvolgere l'intero nucleo familiare
e che può essere avvertita dal giovane paziente come un elemento
di discriminazione rispetto ai suoi coetanei.
Oggi sappiamo che il futuro
dei nostri giovani diabetici sarà per molti aspetti assai migliore
- e sperabilmente normale - rispetto a quello prevedibile in un passato
anche non molto lontano.
Il "Diabetes Control
and Complications Trial" (DCCT) ci ha infatti dimostrato che l'insorgenza
delle complicanze microangiopatiche (retinopatia, nefropatia, neuropatia)
può essere in buona misura prevenuta mantenendo nel tempo un buon
controllo metabolico.
Ciò si è dimostrato
valido anche nei circa 200 adolescenti inclusi nello studio. Non solo: il
vantaggio di cui ha goduto la popolazione diabetica in terapia intensiva
rispetto a quella in terapia convenzionale si è mantenuto anche dopo
la chiusura dello studio quando i valori di emoglobina glicata nei due gruppi
sono andati ad avvicinarsi progressivamente fino a sovrapporsi.
Infatti, 4 anni dopo la
chiusura del DCCT il gruppo precedentemente in terapia intensiva ha presentato
un'incidenza di complicanze di gran lunga inferiore a quella del gruppo
precedentemente in terapia convenzionale. Segno questo che esiste una memoria
tessutale del livello di esposizione glicemica, capace di mantenere i suoi
effetti anche a distanza di anni. E' questo il motivo per cui un controllo
metabolico ottimale deve essere conseguito e mantenuto fin dall'esordio
della malattia. Una correzione tardiva non compensa il danno, anche se in
apparente, indotto dalla precedente esposizione ad alti valori di glicemia.
Queste considerazioni valgono
anche per i giovani diabetici con insorgenza della malattia in età
prepuberale. Alcuni studi hanno valutato se vi fosse una diversità
di evoluzione a seconda che il diabete fosse insorto prima o dopo i 5 anni
di età. La conclusione è stata che i bambini con insorgenza
del diabete prima dei 5 anni hanno una certa protezione nei confronti del
danno esercitato da alti valori glicemici, ma questa protezione è
soltanto parziale e, col passare del tempo, la differenza di incidenza delle
complicanze nelle due fasce di età (diabete insorto prima e dopo
5 anni) tende ad attenuarsi fino a scomparire.
E' quindi necessario ottenere
anche nel bambino piccolo il miglior controllo metabolico possibile, evitando
al tempo stesso un aumento della incidenza di episodi ipoglicemici.
Numerosi studi sono infatti
concordi nell'affermare che, particolarmente nel bambino di età inferiore
a 5 anni, l'esposizione a ripetuti episodi ipoglicemici provoca conseguenze
neuropsicologiche evidenziabili con l'esecuzione di alcuni test. In particolare,
questi soggetti presentano, rispetto a una popolazione di controllo costituita
da giovani con insorgenza più tardiva del diabete, un deficit verbale,
consistente in una minore ricchezza del vocabolario acquisito, un difetto
della memoria a lungo termine ed una riduzione della capacità di
apprendimento ed una minore capacità di coordinamento visivo-spaziale.
Si ritiene che questi difetti siano il risultato di un danno funzionale
e/o strutturale indotto nella regione dell'ippocampo dall'ipoglicemia.
D'altro canto i bambini
presentano una maggiore predisposizione all'ipoglicemia e al danno da questa
indotta a causa di una minore efficienza del sistema di controregolazione
e della difficoltà o impossibilità di comunicare, da parte
del bambino piccolo i sintomi dell'ipoglicemia. Inoltre, la ricorrenza degli
episodi ipoglicemici induce la perdita dei sintomi dell'ipoglicemia ("hypoglycaemia
unawareness") con ciò aumentando il rischio di episodi ipoglicemici
di maggior gravità fino al coma e alle convulsioni.
La maggiore sensibilità
del bambino piccolo all'ipoglicemia si si spiega d'altra parte, con l'immaturità
delle strutture cerebrali per questo assai più sensibili agli insulti
lesivi di vario genere.
Nella conduzione della
terapia insulinica del bambino al di sotto dei 5 anni si deve tener conto
per ciò del maggior rischio rappresentato, per questa fascia di età,
dagli episodi ipoglicemici e della protezione sia pure parziale del giovane
organismo nei confronti del danno secondario alla gluco-tossicità.
Sia pure tenendo conto
di queste limitazioni, è necessario perseguire il miglior controllo
metabolico possibile applicando una terapia razionale che non può
prescindere dall'impiego di iniezioni multiple e di un accurato monitoraggio
della glicemia.
Buone prospettive sono
state aperte in questo senso dalla introduzione del nuovo analogo ad azione
ritardata Glargine le cui caratteristiche corrispondono assai bene a quelle
di una insulina basale ideale. Infatti, ha una lunga durata di azione fino
a 20-24 ore, non ha un sensibile picco di attività e, per essere
solubile nel flacone in ambiente acido e non in sospensione, presenta una
elevata riproducibilità di assorbimento dal tessuto sottocutaneo.
L'introduzione della Glargine
ha reso possibile un consistente progresso nella terapia insulinica, attestata
fin dagli anni '50 sull'esclusivo impiego dell'insulina NPH e delle insuline
lente come forme insuliniche ad azione ritardata. Il grande vantaggio offerto
dall'insulina Glargine consiste innanzitutto nella prevenzione dell' ipoglicemia
ampiamente dimostrata, anche in età pediatrica, e nel miglioramento
del controllo metabolico. E' questa la prima volta che una strategia di
terapia insulinica intensiva può garantire un miglioramento del controllo
glicemico con una parallela riduzione del numero di episodi ipoglicemici.
Attualmente l'uso di Glargine,
stando alla scheda tecnica del farmaco, è autorizzato solo al di
sopra dei 6 anni di età, ma ciò si deve esclusivamente all'attuale
carenza - che ci auguriamo presto colmata - di studi clinici eseguiti in
età inferiore.
L'impatto negativo di una
eccessiva frequenza di episodi ipoglicemici può quindi essere almeno
in parte prevenuto con l'adozione di una terapia razionale che usa in modo
appropriato la farmacocinetica delle preparazioni insuliniche oggi disponibili.
E' innegabile tuttavia
che l'impegno necessario per attuare quotidianamente e senza interruzioni,
una terapia insulinica corretta, rappresenta di per sé, una causa
non indifferente di stress e quindi di reazioni psicologiche sfavorevoli.
Alcuni studi hanno dimostrato
che entro 3 mesi dalla diagnosi, il 36% dei bambini sperimenta un distress
psicologico sufficiente a soddisfare i criteri di un ordine psichiatrico
diagnosticabile, identificabile in prevalenza in un "disturbo dell'adattamento".
Tuttavia, nella quasi totalità dei casi è dato assistere alla
completa remissione dei sintomi entro 9 mesi dall'esordio della malattia.
Successivamente, lungo il
decorso del diabete, a partire dai 2-3 anni di durata è frequente
la comparsa di sintomi di depressione e di ansietà, di difetti di
socializzazione, di disturbi somatici e di disturbi del sonno peraltro di
moderata entità.
Entro i 10 anni di durata,
secondo gli studi di Gelfand et al e di Kovacs et al. ben il 47% dei pazienti
soddisfa i criteri diagnostici di un disordine classificabile secodno il
DSM IV. Sono stati osservati "disordini da iperattività e deficit
di attenzione", così come disordini dell'umore quali forme depressive,
bipolari, distimiche. Specialmente negli ultimi anni si è osservata,
in una percentuale non irrilevante di casi, quasi interamente di sesso femminile,
la comparsa di disordini del comportamento alimentare (anoressia, bulimia)
che vengono a complicare non poco la condotta terapeutica.
Si è anche osservato
che il miglior predittore della futura comparsa di disordini psichiatrici
è rappresentato dalla evetuale presenza di psicopatologia materna.
Ciò lascia intendere l'importanza di un supporto psicologico da fornire
a tutto l'ambito familiare del bambino diabetico.
Lo stato psicologico del
paziente diabetico non è estraneo al grado di controllo metabolico.
E' stato dimostrato che a livelli più elevati di depressione e di
ansietà corrispondono valori più elevati di emoglobina glicata.
Analogamente, ad un controllo metabolico migliore corrisponde una migliore
qualità di vita valutata attraverso la rilevazione di alcuni parametri
basilari come la percezione dell'impatto del diabete, lo stato di preoccupazione
per l'evoluzione futura della malattia, il livello di soddisfazione per
la propria vita e il grado di percezione della salute.
Fra stato psicologico e
controllo metabolico si stabilisce così un apporto bidirezionale
secondo cui il miglior controllo influenza le condizioni psicologiche mentre
uno stato d'animo più positivo consente di conseguire con maggiore
facilità un soddisfacente controllo glicemico.
E' perciò necessario
fornire ai giovani diabetici e alle loro famiglie il supporto psicologico
di cui hanno bisogno nel momento in cui vedono cadere su di loro una calamità
- così viene intesa la improvvisa comparsa del diabete - prima imprevista.
Dal DCCT ci giunge un insegnamento
anche in questo senso, avendo previsto nel protocollo dello studio l'applicazione
ai soggetti inclusi nello studio e quindi potenzialmente arruolabili nel
gruppo di terapia intensiva, specifici interventi comportamentali volti
a facilitare l'inizio e la prosecuzione della terapia intensiva.
Le modalità di supporto
psicologico sono molteplici, da interventi individuali a quelli di gruppo
a quelli rivolti al nucleo familiare ed al personale medico.
Un programma di "patient
empowerment", abbastanza diffuso negli USA, prevede, in tappe successive,
di aumentare la capacità del paziente ad identificare e perseguire
obiettivi realistici, di trasmettere una tecnica per la soluzione dei problemi
così da evitare gli ostacoli che si frappongono al conseguimento
degli obiettivi, di insegnare il modo per fare fronte ad ostacoli altrimenti
non eliminabili e dominare lo stress causato dal diabete e, infine, di far
acquisire ai pazienti una maggiore motivazione alla terapia.
L'applicazione di questa
tecnica si è dimostrata capace di indurre un miglioramento del controllo
metabolico.
I programmi
di educazione finora rivolti ai giovani diabetici sono e continueranno ad
essere di fondamentale utilità. Sarebbe tuttavia opportuno mettere
a disposizione dei pazienti e delle loro famiglie interventi psicologici strutturati,
per rimuovere gli effetti negativi indotti dalla malattia e migliorarne l'esito.
Molto si è fatto negli
ultimi anni per rendere più efficace l'approccio terapeutico al paziente
con diabete di tipo 1, sul piano metabolico. Ancora molto c'è da fare
per assicurare una copertura adeguata anche sul versante psicologico per migliorare
insieme al controllo glicemico anche la qualità di vita.
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