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Il Convegno


  • Il programma

 
 • Le fotografie

Relazione di:


  • Nino Cocconcelli


  • Masimo Cipolli


  • Paolo Brunetti


  • Francesco Dammacco


  • Giovanni De Giorgi


  • Stefano Bartoli


  • Paola Marchionne Toscanelli


  • Adriano Falorni


  • Sonia Toni


  • Simona Caprilli


  • Giorgio Rifelli


  • Beppe Sivelli


  • Dario Iafusco

AGDI - Convegno Perugia - 5/6 Novembre 2004

Stefano Bartoli:
" PRENDERSI CURA DELLA FAMIGLIA CON IL DIABETE"

Introduzione

Scopo di questo intervento è fornire un contributo alla riflessione ed al confronto in merito alla gestione delle implicazioni psicologiche connesse al diabete.
Analizzeremo le diverse tipologie di offerte terapeutiche da noi proposte, cercando di definire le scelte teoriche e metodologiche ad esse sottese.
Ripercorreremo brevemente l'evoluzione teorica e concettuale dell'esperienza maturata in questi anni, da quando nel 1997 l'Associazione per l'Aiuto ai Giovani Diabetici dell'Umbria ha introdotto la figura dello psicologo.

Da allora abbiamo avuto modo di conoscere numerosi genitori, bambini, ragazzi, colleghi medici, nutrizionisti, infermieri, ed altre figure che, a diverso titolo e con diversi gradi e qualità di coinvolgimento, condividono l'esperienza del diabete.
Consapevoli della complessità di un fenomeno così ricco di implicazioni personali e relazionali, non pretendiamo di proporre o acquisire modelli generalizzabili o definitivi; crediamo piuttosto nel valore del confronto con professionisti che operano in altri contesti territoriali; mossi unicamente dalla consapevolezza che sia necessario continuare ad apprendere, interrogarsi, osservare ed osservarsi operare, perché i vissuti psicologici connessi al diabete si modificano, maturano ed evolvono, come i ragazzi che abbiamo conosciuto in questi anni, e come noi stessi.

Il Sostegno psicologico. Una sfida possibile

Anche se è diventata parte integrata ed integrante dell'equipe sanitaria, in Umbria, quella dello psicologo è stata l'ultima figura professionale coinvolta nel delicato processo di sostegno ai bambini con il diabete ed alle loro famiglie.
La sua introduzione rappresenta una tappa importante nel percorso di maturazione dell'equipe stessa, e rappresenta il frutto di profonde riflessioni circa il senso e l'efficacia dell'impegno fino ad allora profuso dall'Associazione.

E' ormai patrimonio comune, il fatto che il controllo metabolico poggi su tre pilastri fondamentali: l'alimentazione, l'esercizio fisico e la terapia insulinica. Esiste tuttavia un quarto fattore, che fin dall'inizio si è segnalato per l'influenza significativa che era in grado di esercitare sull'andamento dei livelli glicemici: lo stress.
Nell'ambito degli eventi stressanti rientrano quelle patologie fisiche transitorie che hanno effetti iperglicemizzanti e che, pertanto, ricadono nella sfera di influenza medica, ma anche tutti quei misteriosi fenomeni umani quali la paura, l'ansia, le passioni delle più varie nature, la rabbia, il dolore; che, come i ragazzi, sono in grado di disorientare tutti per la loro variabilità ed imprevedibilità di effetti.

Lo scarso controllo che è possibile esercitare, da un punto di vista medico, su queste variabili, ha indotto a contemplare la possibilità di esercitare un'attenzione ed un intervento professionale specifico, in tale ambito.
In questo modo la valutazione dei vissuti psicoemotivi e delle dinamiche relazionali all'interno della famiglia, da elementi di cornice quali erano, appartenenti ad uno sfondo sfocato ed imprevedibile, si sono trasformati sempre più nel quarto pilastro su cui è possibile fare affidamento, per raggiungere un controllo metabolico equilibrato. Laddove per "equilibrato" si intende una dimensione molto più complessa del semplice dato numerico, in grado di implementarsi nella complessità di parametri come la qualità della vita e le peculiarità delle diverse fasi del percorso evolutivo, tanto del bambino che della famiglia.

Un primo momento di integrazione tra differenti linguaggi, prospettive teorico-metodologiche, sensibilità culturali, è avvenuto e credo debba sempre avvenire, durante la costituzione dell'equipe multidisciplinare.
Come verrà illustrato in seguito, da una fase iniziale in cui i diversi interventi e punti di vista si susseguivano, in maniera coordinata ma indipendente, si sta procedendo con efficacia progressivamente sempre maggiore, ad un'offerta terapeutica integrata ed intercambiabile, all'interno della quale ciascun membro dell'equipe ha imparato a cogliere i segnali di maggiore rilevanza per ciascuna disciplina, potendo così cogliere ed accogliere una gamma ampia e diversificata di bisogni, ponendosi come primo intermediario verso il professionista di riferimento.

L'importanza di questo percorso è racchiusa nel fatto che anticipa, ricalca e, nelle nostre intenzioni, guida il percorso di integrazione verso l'autonomia che proponiamo ai ragazzi con diabete ed alle loro famiglie, nella consapevolezza che ciascun individuo è un insieme complesso di bisogni, che richiedono pari dignità di ascolto ed intervento.

Ambiti e modalità di intervento

Le esperienze che attraversa un bambino che sviluppa il diabete e la sua famiglia sono molteplici e molto complesse; coerentemente, anche le offerte di sostegno psicologico debbono essere altrettanto articolate. Fino ad ora in Umbria abbiamo sperimentato:
  • Interventi diversificati in occasione dei controlli in regime di day-hospital ospedaliero
  • Gruppi esperienziali di condivisione e confronto con genitori
  • Campi estivi residenziali, rivolti a bambini e ad adolescenti

  • Intervento psicologico in Day-hospital
    I controlli sanitari cui si sottopongono periodicamente i bambini con il diabete, in regime di day-hospital ospedaliero, offrono una preziosa opportunità per monitorare l'adattamento dell'intero nucleo familiare ai cambiamenti che il diabete può rendere necessari.
    In tale contesto è possibile sensibilizzare le famiglie rispetto all'importanza di prendersi cura anche dei risvolti psicologici ed emotivi dell'esperienza che stanno vivendo; comunicando, in maniera diretta ed individualizzata, la possibilità di essere supportati in questo delicato processo, da figure professionali esperte in tale ambito.

    Le possibilità di intervento sono molte e diversificate in base alle caratteristiche dell'utente:

  • Colloquio psicologico di valutazione o controllo

  • Consulenza psicologica

  • Sostegno psicologico/psicoterapia
  • Il colloquio psicologico di valutazione è la forma più lieve di intervento psicologico e consiste nell'indagare alcuni parametri molto generali della qualità della vita e del benessere psicofisico dei singoli componenti e dell'intero nucleo familiare, allo scopo di integrare la valutazione medica dell'andamento del processo di cura del bambino.
    In tutte quelle situazioni in cui non si ravvisano situazioni significative di disagio, può rappresentare l'unica modalità di intervento, fungendo contemporaneamente da indiretto rinforzo positivo, rispetto all'efficacia percepita dalla famiglia nella gestione dello stress, nei momenti di potenziale crisi per l'intero nucleo familiare.
    Trattandosi di incontri periodici, diluiti e ripetuti nel tempo, essi permettono un monitoraggio longitudinale del percorso della famiglia, e permettono di cogliere il momento più adeguato per proporre eventuali forme più complesse di sostegno psicologico.

    La consulenza psicologica può rendersi necessaria qualora, ai colloqui periodici di valutazione, si ravvisasse l'insorgere di lievi forme di disagio o di meccanismi disfunzionali di gestione dello stress, dell'emotività e/o delle relazioni familiari.
    In queste situazioni di difficoltà, iniziali e non ancora strutturate, è talvolta sufficiente proporre una rilettura di quanto riferito dalla famiglia stessa, affinché diventi possibile ridefinire in termini evolutivi le difficoltà emerse, giungendo ad indicazioni condivise rispetto alla risoluzione dei problemi riscontrati.
    La consulenza può esaurirsi in un unico incontro cui segue un controllo al day-hospital successivo, ma più spesso prevede pochi incontri ravvicinati nel tempo e, talvolta, il ricorso a specialisti esterni per interventi maggiormente strutturati.
    In tal senso la consulenza si pone come tramite, in alcune situazioni, verso un percorso di sostegno psicologico o psicoterapeutico in senso specifico.

    Il sostegno psicologico o la psicoterapia vengono proposti in quelle situazioni in cui la famiglia lamenta una forma evidente di disagio e, in maniera spontanea o dopo un percorso di riflessione con lo psicologo, si dichiara disponibile e motivata ad intraprendere un percorso specifico volto all'elaborazione e superamento del disagio espresso.
    Naturalmente si tratta della forma di intervento psicologico più complessa ed impegnativa per la famiglia, ma è anche la maggiore opportunità di crescita e ridefinizione dei meccanismi di funzionamento e degli equilibri interni, verso l'acquisizione di strategie di risoluzione dei problemi consapevoli ed efficaci.

    Proporre in una situazione di day-hospital un intervento di tipo psicologico, accanto alla visita con il pediatra, il diabetologo, l'infermiere ed il nutrizionista, fornisce all'utente di fornire un messaggio fortemente unitario, che integra i diversi bisogni e le diverse prospettive di analisi rispetto ad un'esperienza che, viceversa, rischia di essere fortemente disarticolata e disgregante per la famiglia.
    Un limite connesso a questa scelta strategica, si riferisce tuttavia al fatto che è molto raro avere l'intero nucleo familiare presente al momento del day-hospital, con l'effetto che la globalità della percezione genitoriale, circa la situazione familiare, risulta alterata dal fatto di essere veicolata dal punto di vista di un unico coniuge.
    Per questo motivo, sono stati previste altre modalità di intervento che ovviano a tale inconveniente.


    Gruppi esperienziali di condivisione e confronto
    Sebbene fin dall'inizio fosse chiara l'importanza del ruolo dei genitori nella gestione del diabete, tanto nei bambini più piccoli che negli adolescenti, l'occasione per un primo contatto diretto avvenne durante un Campo estivo di educazione sanitaria, quando si costituì spontaneamente un gruppo informale di genitori che, sotto la nostra guida, mise a confronto i propri vissuti ed esperienze di genitori di bambini con il diabete, sottolineando l'utilità e l'importanza di strutturare simili momenti di condivisione.

    Tra le varie ipotesi prese in considerazione si decise di organizzare gruppi esperienziali di condivisione e confronto, rivolti alle coppie di genitori, cui partecipasse l'intera equipe sanitaria.
    All'interno dei gruppi viene svolto un lavoro "personalizzato", nel senso che la riflessione prende avvio dalle stesse domande poste dai genitori, dai loro problemi, dalle loro risorse e dalle loro stesse risposte.
    Nel tempo è stato infatti possibile verificare come la modalità più efficace di promuovere il confronto e l'acquisizione di competenze nei genitori, consistesse proprio nel riproporre al gruppo stesso le domande che venivano rivolte al conduttore.
    Con questa modalità le possibili soluzioni ai problemi esposti da una famiglia, emergono dallo scambio con gli altri e dalle proprie riflessioni, sotto la supervisione del conduttore. Il processo seguito durante i gruppi non mira quindi ad offrire ai genitori una risposta; tendendo piuttosto a condurli autonomamente alla scoperta di una soluzione che risulti efficace per sé e per il proprio bambino.

    Un importante fattore, rispetto alla gestione ed all'efficacia del gruppo, riguarda la "condivisione" emotiva che si stabilisce tra i partecipanti; è infatti la sensazione di "condividere" una problematica comune, che permette ai partecipanti di rinforzarsi reciprocamente nella ricerca di soluzioni che tengano conto delle esperienze altrui.
    In questo modo si può costituire, nel tempo, una preziosa rete di sostegno reciproco ed un'abitudine al confronto in situazioni di crisi; limitando le risposte automatiche, di tipo emotivo, a beneficio di strategie diversificate, in grado di tenere conto con flessibilità delle circostanze e delle reali esigenze proprie e dei bambini.

    Gli obiettivi principali, di questo tipo di intervento, sono pertanto:

  • Acquisizione di strumenti per la risoluzione di situazioni problematiche.

  • Potenziamento delle competenze relazionali proprie del ruolo genitiìoriali

  • Acquisizione di maggiore consapevolezza circa le personali modalità di strutturazione dell'esperienza comunicativa e relazionale, perfezionando l'efficacia del proprio stile comunicativo

  • Attivazione delle proprie risorse, volte alla maturazione di competenze strategiche nella gestione delle situazioni critiche
  • Con questa modalità di lavoro si intende dunque fornire ai genitori informazioni utili e scientificamente corrette, in uno spazio di contatto con se stessi, di accoglienza delle proprie esperienze, di condivisione, rielaborazione e confronto con altri genitori, rispetto alle proprie pratiche educative; rendendo il genitore sempre più un partner competente dell'azione educativa, piuttosto che un destinatario passivo del processo di cura.


    Campi estivi residenziali
    L'esperienza del campo estivo residenziale rappresenta sicuramente il momento di massima condivisione possibile di vissuti, esperienze e competenze, tra i diversi membri dell'equipe ed i ragazzi che vi prendono parte, siano essi bambini molto piccoli o adolescenti.
    In questo senso i diversi campi che si sono susseguiti nel tempo hanno rappresentato un'occasione di maturazione tanto per i giovani partecipanti cui sono stati rivolti, quanto per l'intera equipe.
    La tipologia, le finalità e gli obiettivi dell'intervento psicologico proposto, si sono significativamente modificati nel corso del tempo e risulta pertanto interessante analizzarne l'evoluzione.

    In una prima fase l'organizzazione dei Campi educativi era finalizzata principalmente alla trasmissione di una serie di informazioni di tipo medico-psicologico, che la letteratura e l'esperienza clinica degli operatori suggerivano essere di fondamentale importanza per la gestione del diabete.
    L'impostazione era prevalentemente di tipo didattico/pedagogico e la comunicazione era pressoché unidirezionalmente rivolta dagli operatori ai ragazzi.
    Il lavoro degli operatori avveniva per lo più "in parallelo", con scarsa comunicazione sugli interventi proposti, ma reciproca curiosità di conoscere le rispettive professionalità.
    Le sporadiche riflessioni del gruppo di lavoro erano prevalentemente incentrate sui feedback forniti dai ragazzi e molto poco sulle dinamiche interne allo stesso gruppo di lavoro.
    Nonostante i limiti di questa tipologia di intervento e grazie soprattutto alle occasioni informali di confronto, consentite dalla residenzialità del Campo, sono emerse alcune importanti informazioni che hanno indirizzato gli interventi successivi:

  • si delineò l'importanza del gruppo dei ragazzi, quale momento di condivisione, rispecchiamento, confronto e crescita

  • si evidenziarono alcuni nuclei di fondamentale importanza che venivano posti alla nostra attenzione dagli stessi ragazzi, quali ad esempio il rapporto con la propria identità ed autonomia, con i coetanei, io genitori, con le istituzioni

  • gli operatori riuscirono a costituire un bagaglio di conoscenze ed esperienze condivise ed a trovare un linguaggio e riferimenti comuni.
  • La seconda fase, nell'organizzazione dei campi educativi, fu mirata ad una definizione ed approfondimento dei temi emersi in precedenza.

    In primo luogo vennero pianificati ed incentivati i momenti di confronto tra le diverse figure professionali impegnate nel campo.
    Le tecniche utilizzate furono quelle del gruppo di condivisione/discussione per gli adolescenti, e quella dei piccoli gruppi di lavoro per i bambini più giovani; tali gruppi erano volti a far emergere le emozione ed i vissuti dei partecipanti tramite la presentazione di se stessi, il disegno, il racconto e la costruzione di storie.
    Ampio spazio venne dunque lasciato all'ascolto delle produzioni dei ragazzi, piuttosto che alla verifica delle conoscenze che si intendeva trasmettere.
    L'analisi delle dinamiche interne al gruppo di lavoro divenne pratica abituale e permise, in diverse circostanze, di contenere le ansie di alcuni partecipanti al campo e comprendere il significato di alcuni comportamenti emersi.

    La fase attuale ha visto maturare la consuetudine del lavoro in equipe, e la conseguente strutturazione di un efficace gruppo di lavoro composto da diverse figure professionali: due animatori, due infermieri, una dietista, un'insegnante di scuola elementare, due psicologi, due medici, un responsabile dell'Associazione.
    Prima di ogni campo vengono organizzate diversi incontri preliminari volti alla programmazione di attività che abbiano prevalentemente carattere esperienziale, piuttosto che didattico; si è scelto di dare ampio spazio alle tecniche espressive, come testimonianza di una crescente attenzione alle risorse creative dei ragazzi, svincolate dal tema del diabete, in senso stretto.
    La condivisione ed il confronto dei differenti bagagli tecnico-teorici delle numerose figure professionali coinvolte, hanno condotto alla definizione di una modalità operativa comune, che è stata individuata nella tecnica della drammatizzazione.
    I principali risultati di queste scelte metodologico-organizzative sono state:

  • la partecipazione attiva dei ragazzi alle attività proposte

  • la verifica positiva delle acquisizioni attese

  • un aumento dell'esperienza condivisa dall'equipe e dell'efficacia del confronto reciproco tra le diverse figure professionali

  • Conclusioni

    Pur trattandosi di quello che potremmo definire un periodo di "sperimentazione preliminare di metodo", risulta utile sintetizzare alcuni aspetti della nostra esperienza, che si sono già imposti alla nostra attenzione:
    1. Le implicazioni psicologiche che abbiamo osservato essere connesse alla gestione del diabete sono molteplici, complesse e con effetti che si ripercuotono a vari livelli
    2. Tali implicazioni non appaiono sempre evidenti e consapevoli alle stesse persone che ce le riferiscono. Fornire, dunque uno spazio di ascolto e riflessione, specificatamente dedicato a questi aspetti, rappresenta un intervento che è contemporaneamente sia preventivo/pedagogico che terapeutico.
    3. La complessità del fenomeno in oggetto richiede offerte terapeutiche adeguate, che sappiano configurarsi come una proposta articolata di percorsi integrati, all'interno dei quali sia il bambino/ragazzo che la sua famiglia possano sentirsi accolti e contenuti
    4. L'equipe multidisciplinare rappresenta una risorsa importantissima a disposizione delle famiglie, qualora sviluppi una prospettiva teorico-metodologica autenticamente sinergica ed operativamente integrata
    5. Più ancora della realtà, sembra essere la rappresentazione della realtà, che le famiglie inconsapevolmente costruiscono, ad influenzare i loro vissuti ed i loro comportamenti. Qualsiasi intervento di tipo psicologico deve dunque prendere le mosse da un'attenta conoscenza e valutazione del sistema sul quale si vuole operare, delle sue convinzioni, dei significati che attribuisce ai fenomeni, delle sue risorse e vulnerabilità. E' possibile modificare un sistema solo dal suo interno, ed a volte il cambiare la percezione che le persone hanno delle cose, se anche non modifica le cose stesse, può cambiare gli effetti che esse producono
    6. La relazione è il contesto privilegiato all'interno del quale si sviluppa un processo di cura e ne è parte integrante. Non esiste un tipo di relazione aprioristicamente adeguata e l'efficacia di ciascun tipo di relazione possibile, dipende unicamente dai bisogni del bambino e dei suoi familiari. Alcuni interventi di tipo terapeutico si sono pertanto rivelati più efficaci, se attuati da figure diverse dal terapeuta stesso, che mantiene esclusivamente il coordinamento e la supervisione dell'intervento generale
    7. Gli aspetti problematici ravvisabili nella rappresentazione della realtà o nei comportamenti messi in atto dalle persone che richiedono un sostegno psicologico, richiedono la massima considerazione da parte del professionista. In essi è infatti ravvisabile il miglior equilibrio che la persona è stato in grado di raggiungere nel rapporto con se stesso, la propria situazione ed il proprio ambiente, nonché il livello più evoluto di funzionamento che è stato in grado di raggiungere. Quello che la persona o la famiglia fa di corretto o di inadeguato, rispetto alla gestione delle proprie difficoltà, rappresenta sempre il primo significativo passo da cui muovere verso un equilibrio maggiormente funzionale, piuttosto che un fenomeno incidentale da eliminare e soppiantare
    8. Quanto più intenso diventa il rapporto della famiglia con l'equipe, tanto più i suoi operatori saranno coinvolti nelle complesse dinamiche familiari. L'analisi delle dinamiche e dei vissuti interni all'equipe diviene pertanto un momento fondamentale dello stesso processo terapeutico.


     

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